venerdì 20 ottobre 2017

Barcellona città aperta?

Sulla situazione in Catalunya si è detto e si sta dicendo ormai di tutto: ogni giorno da un mese a questa parte si analizzano gli angoli più reconditi e si commentano le conseguenze più o meno prevedibili ed i possibili scenari,  tanto in caso di messa in atto dell' indipendenza come del famigerato articolo 155. Pertanto non pretendo di fare nessuna analisi giacché  risulterebbe trita e superflua. Quello che invece mi preme sottolineare è come in questo conflitto - perché di questo si tratta- tra indipendentisti e non, noi stranieri residenti in Catalunya rimaniamo esclusi. Non solo, pare che non ci sia concesso nemmeno opinare. O almeno questa la mia impressione: le poche volte che mi sono permessa di commentare la situazione con gente di qui, ho percepito chiaramente il fastidio del mio interlocutore, come se mi stessi intromettendo in affari che non mi riguardano.  È vero che probabilmente non posso immedesimarmi ed empatizzare al 100% né con gli uni né con gli altri perché non sono nata e cresciuta qui,  però il fatto di vivere a Barcellona da 11 anni, lavorare in questa città, avere una casa, amici, insomma la mia vita, non mi dà forse diritto di dire la mia su un argomento che-comunque si mettano le cose- influirà anche sul mio futuro?
Mai come adesso mi sono sentita così poco integrata in questa città che ho sempre considerato accogliente, familiare e confortevole. Mai come adesso ho avuto la consapevolezza che per quanti anni passino, qui sarò sempre una straniera.  E che probabilmente Barcellona non è poi così tanto aperta come credevo.

venerdì 27 gennaio 2017

Silenzio in sala

Una delle cose che più mi piace, oltre ad odorare le pagine dei libri, abbracciare i cani e fare colazione in silenzio, è andare al cinema da sola. Mi piace a prescindere dal film che vado a vedere, anzi, a volte vado al cinema anche se non ci sono in programmazione film che mi ispirino particolarmente, solo per godermi l'atmosfera. Ultimamente il Cinema Boliche sulla Diagonal è il mio preferito: proietta film d'autore e indipendenti, rigorosamente in versione originale (con i sottotitoli), e lo preferisco al Renoir Floridablanca perché è frequentato perlopiù da pensionati della borghesia catalana, tra cui mi trovo più a mio agio rispetto agli intellettuali chic che bazzicano il Renoir o il Verdi. Per carità, non ho nulla contro gli intellettuali chic, ma avendo superato questa fase, adesso mi sento più affine ai pensionati (non necessariamente borghesi). 
Al Boliche non troverete schede tecniche dei film, il biglietto è uno scontrino di supermercato, e nella bacheca appiccicano con lo scotch 4 recensioni fotocopiate dal quotidiano. Ed io trovo tutto questo incantevole, ho l'impressione di entrare in un cinema d'altri tempi, altro che multisala dei centri commerciali e proiezioni in 3 D...Oltre a ciò, udite udite, al Boliche non fanno mezz'ora di pubblicità prima della pellicola. Nada, alle 19 è previsto lo spettacolo, alle 19 comincia il film: silenzio in sala. La maggior parte delle volte le sale sono semi-vuote, così posso scegliere dove sedermi, di solito non troppo al centro e non troppo vicino al corridoio, possibilmente a due file di distanza dagli spettatori più vicini. E comunque non mi sento sola. Il fatto di condividere con altre 15, 20 persone, le stesse immagini nello stesso momento, magari ridere all'unisono, o chissà piangere per la stessa scena, mi dà una sensazione di comunione con il genere umano che difficilmente provo in altre occasioni. Per me la magia del cinema, inteso come spazio fisico, sta proprio nella capacità di offrire un'esperienza personale ma collettiva allo stesso tempo. Sfido a trovare un'altra situazione in cui più di 10 persone riescono a rispettare lo spazio altrui, il silenzio e perché no, anche le emozioni. Quindi per me andare al cinema da sola è una delle esperienze più sociali che possa vivere.
Negli ultimi anni a Barcellona hanno chiuso sale storiche: l'Alexandra ha lasciato posto a un negozio di abbigliamento, il Club Coliseum ha ancora appeso il cartello "En venta", il Lauren Universitat ha chiuso per restauro ma tutto lascia presagire che quando riaprirà i battenti non sarà più un cinema; il Cine Urgell si sa già che verrà soppiantato da un supermercato. Sembra dunque che le prospettive non siano delle migliori, e la cosa preoccupante è che chiudendo i cinema, perdiamo non solo un luogo fondamentale di cultura, ma anche un pezzo della nostra umanità, quella che ci permette di vivere in armonia, anche solo per due ore, con altri esseri umani.

venerdì 22 aprile 2016

Amores Perros

L'altro giorno ho assistito a una scena molto bella: c'erano 2 cani, con il loro padrone, e il padrone stava sistemando la pettorina a uno dei due, che stava fermo immobile e diligente, e l'altro nell'attesa, visto che non aveva niente da fare, ha cominciato a odorargli il sedere, così...anche se sicuramente gliel'aveva odorato ormai centinaia di volte, ma lo faceva come se fosse la prima volta...ecco, credo che quello fosse amore.

giovedì 21 gennaio 2016

Libri bellissimi e punto

Capita raramente, ma quando succede è pura emozione. Leggere un libro speciale, di quelli che sai che anche se tra un anno non ricorderai esattamente la trama, ti è entrato nel cuore, e lo consiglierai a parenti e amici, e forse anche ai nemici, perché questi libri poi ti fanno sentire come una specie di guru, con il dovere morale di diffondere al mondo la lieta novella.

Mi capita non più di due volte l'anno, forse anche meno, ora che ci penso. E considerato che all'anno di libri ne leggo almeno 20, è da considerarsi dunque evento raro. Era successo ai tempi del liceo con "Tokio Blues", e negli ultimi anni con "Pastorale americana" e "Revolutionary road". Poi più nulla per un po'. Fino a ieri, con "Stoner" di John Williams. Qualcuno l'ha definito "il più grande romanzo americano di cui non avete mai sentito parlare". Anche se ultimamente sì che se ne sta parlando: negli ultimi mesi mi è capitato di leggere almeno 4 articoli dedicati al libro e al suo autore. Ma ciò che mi ha spinto ad acquistarlo e leggerlo con curiosità ai limiti della bramosia, è stato l'entusiasmo con cui un'amica me lo aveva consigliato. "Leggilo, è uno dei romanzi più belli che abbia mai letto." Io: "Ma di che parla?" "Non lo so, non me lo ricordo, so solo che è bellissimo". Ok, queste parole sono bastate a convincermi, proprio perché la maggior parte delle volte anche io mi trovo a consigliare libri senza ricordarne la trama e senza poter trovare una motivazione logica o coerente. Posso solo dire che sono bellissimi, perché probabilmente temo che ogni altra definizione e aggettivo possa sminuirli o non definirli bene. E in fin dei conti, libri come "Stoner" come si possono definire? Libri in cui apparentemente non succede nulla ma in realtà succede tutto, perché è la vita stessa che scorre dalla prima all'ultima pagina, e mentre leggi hai la sensazione di farne parte, di accompagnare giorno dopo giorno, anno dopo anno, durante tutta la sua vita, quest'uomo che alla fine del libro potresti giurare di avere conosciuto, e solo chi avrà letto questo libro capirà che non sei pazzo. Quindi, vi consiglio vivamente di leggerlo. Perché? Perché è un libro bellissimo.

P.s. Grazie Lorenza per il consiglio.

venerdì 27 novembre 2015

Black Friday

Dopo aver assistito al patetico tentativo di Mas di ottenere l'appoggio della Cup per essere investito nuovamente presidente della Generalitat, in cui poco mancava che offrisse un set di pentole acciaio inox ai primi 10 voti a favore, noto che il livello della campagna elettorale in vista delle elezioni del governo che si terranno a dicembre, sta raggiungendo livelli davvero bassi, ai limiti del ridicolo e del surreale. Mentre Pedro Sanchez, in un programma televisivo si cimenta nella preparazione di un succo di frutta e si diverte giocando a ping-pong, Rajoy si scopre commentatore sportivo alla radio e ancora una volta ostenta la sua scarsa padronanza delle regole logiche e grammaticali con le sue locuzioni degne delle migliori "interviste impossibili" di Mai dire gol, affermando, tra le altre cose: "me votaría a si mismo", che tradotto in italiano sarebbe più o meno "mi voterei se stesso". Cosa ancor più grave, si rifiuta di partecipare ad un dibattito a cui prenderanno parte gli altri tre principali esponenti politici, perché, dice, deve anche trovare il tempo per governare. Però troverà il tempo per partecipare a "¡Qué tiempo tan feliz!" un programma di intrattenimento di Telecinco molto seguito qui in Spagna. Alto livello, vamos.

Da come si sta svolgendo questa campagna elettorale, si ha davvero l'impressione che la Spagna sia un'isola felice: la crisi non ha sortito effetti, non ci sono migliaia di persone senza lavoro e senza casa, e nemmeno ci si preoccupa per ciò che sta accadendo nel mondo. Minaccia terroristica costante? Ma che ci frega, mica siamo francesi. Previsione di aumento della temperatura globale? Fantastico! Andremo in spiaggia anche a dicembre. Salari congelati (ovviamente solo quelli più bassi)? Fa niente, tanto c'è il black friday, e allora tutti a spendere come se non ci fosse un domani (o un ciber monday).

Ma tanto, che mi lamento a fare? Nonostante viva qui da 9 anni, non potrò votare nemmeno a queste elezioni, quindi il mio sfogo è fine a se stesso, anzi, per dirla alla Rajoy, "fine a me stessa".

venerdì 25 settembre 2015

Povera patria

Dopo aver assistito ieri alla scenetta del ruba bandiera al balcone del palazzo dell'Ayuntamiento di Barcellona, penso che più in basso di così, la campagna elettorale che deciderà le sorti della Catalunya, non può scendere. Le interviste e dichiarazioni più o meno spontanee dei vari protagonisti di questo teatrino mette in luce una profonda ignoranza e superficialità che lascia basiti, considerando che a certi livelli della politica ci si aspetterebbe maggiore serietà e preparazione. L'intervista che Romeva ha concesso alla BBC alcune settimane fa, ha dimostrato non solo le forti lacune in materia legislativa e la mancanza di obiettività, ma soprattutto una ingenuità disarmante, come quando di fronte all'incalzare del giornalista sulla questione della corruzione nella politica catalana, l'intervistato risponde che nel governo spagnolo ce n'è di più. Argomentazione degna di un bambino di 5 anni che accusa l'amichetto di averlo picchiato più forte. E questo è stato solo uno dei numerosi punti su cui Romeva ha dimostrato soltanto confusione a approssimazione.
L'autentica perla ce l'ha regalata Rajoy durante l'intervista alla radio Onda Cero, con la sua patetica dimostrazione di ignoranza quando sul tema della nazionalità, dopo essersi evidentemente arrampicato sugli specchi, è lui stesso a chiedere all'intervistatore se i catalani non perderanno la nazionalità europea in caso di dichiarazione di indipendenza. Da allora impazza in rete il video di Homer Simpson intervistato da Kent Brockman, con l'audio della suddetta intervista. E vi assicuro che è meno surreale dell'originale.

In tutto ciò Artur Mas sembra gongolare, come se la questione in fin dei conti non lo toccasse da vicino, e così ieri mentre sul balcone dell'Ayuntamiento i suoi colleghi strattonavano e si strappavano dalle mani la bandiera catalana e quella spagnola, lui si limitava a sorridere e fingere di non vedere; quando una signora per strada gli ha chiesto se dorme sonni tranquilli sapendo di star portando la Catalunya alla rovina, non si è neanche degnato di rispondere.

Non voglio entrare in merito alle ragioni degli indipendentisti e di chi invece vuole rimanere in Spagna, la cosa che più mi preoccupa, è che, qualunque sia il destino della Catalunya a partire da domenica, siamo nelle mani di gente profondamente ignorante, arrogante e furba. Perché credo che la cosa più onesta da fare sarebbe stata spiegare, su basi concrete e documentate, a che cosa esattamente va incontro la Catalunya in caso di indipendenza. Nessuno ha chiarito definitivamente se la Catalunya uscirà dall'Europa oppure no. Nessuno ha detto esattamente cosa succederà a livello fiscale, economico, sociale, politico, culturale.

Evidentemente non conviene né agli indipendentisti, né a coloro che vi si oppongono. Per cui, in un caso o nell'altro, sarà un salto nel buio, le cui conseguenze verranno subite esclusivamente da noi cittadini, alcuni dei quali, oltretutto, non abbiamo neanche la possibilità di votare. Ma a questo noi italiani siamo abituati.

giovedì 3 settembre 2015

Questione di fiducia

Stamattina mi sono svegliata con due foto di bambini della stessa età.

La prima è di un bambino di 3 anni, figlio di cari amici in vacanza in Grecia. Mi mandano i saluti con l'immagine sorridente del figlio felice e allegro sullo sfondo di antiche rovine.

La seconda è quella che abbiamo visto tutti, un bambino di tre anni accasciato sulla spiaggia, vestito anche lui, con le sue scarpette, probabilmente quelle buone, perché i suoi genitori saranno stati convinti che sarebbero andati incontro a un futuro migliore, lontano dalla guerra, dalla fame, dalla paura.

Invece no, questa speranza è finita in mezzo alle onde del mare, inconsapevole ladro di speranze e di vita. Ha restituito un corpo, ma chissà quante migliaia ce ne sono ancora che non toccheranno mai terra e rimarranno in silenzio, lontano dai nostri occhi e dalla nostra coscienza.

Immagino un altro mondo, oltre il mare, oltre il silenzio, dove queste persone potranno sorridere e avere una vita che noi diamo per scontata perché non abbiamo idea di cosa li porti a rischiare la morte per cercarla.
Devo necessariamente immaginarne un altro, perché questo mondo non sarà mai così. Non ci credo che tutto questo finirà, che un giorno le guerre si spegneranno e che la gente non sarà più costretta a fuggire disperata.

Non ci credo che riusciremo ad accoglierli tutti.

Non ci credo che smetteranno di morire annegati.

Non ci credo che la Germania all'improvviso si è scoperta umana e insegnerà agli altri europei come si fa.

Non ci credo che smetteremo di guardare queste persone con sospetto e di pensare che se uno è cattivo, allora lo sono tutti.

Non ci credo che domani ricorderò l'immagine del bambino morto sulla spiaggia. Perché sarà più facile guardare la foto del figlio dei miei amici, con il suo sorriso sullo sfondo delle rovine greche.

mercoledì 25 marzo 2015

Se non lo vedo non esiste

Leggo le notizie del disastro aereo avvenuto ieri, in cui hanno perso la vita 150 persone, e mi soffermo sulla biografia delle vittime. Tutti i morti nell'incidente hanno un nome e un cognome, un'età, una professione, una famiglia che è rimasta nella desolazione più nera o che è stata disintegrata completamente in questa tragedia. 

Bambini, ragazzini, studenti, cantanti, imprenditori...semplicemente uomini, donne, persone. Di loro adesso sappiamo tutto, li piangiamo come se li avessimo conosciuti, come se fossero stati i nostri vicini, i nostri parenti...noi stessi. Perché sappiamo che a chiunque di noi potrebbe capitare, e quindi è facile empatizzare.

Quando una bomba esplode in Siria, o un autobus viene fatto saltare in aria in qualche paese lontano del Medio Oriente, non vengono riferiti i nomi e i cognomi delle vittime, non sappiamo se avessero tre o quattro figli o se avessero appena terminato una tournée teatrale...Non c'è soluzione di continuità tra la loro non esistenza nel nostro mondo prima e dopo la loro morte.

Sono lontani, la loro realtà non ci appartiene, a noi non potrà mai succedere una cosa del genere. Siamo sicuri?

Nel dubbio, meglio chiudere gli occhi e non vederlo.

venerdì 13 marzo 2015

L'attesa è finita! Vi presento "Los Animalanas"




Carissimi amici vicini e lontani,

ne è passato di tempo da quando vi annunciai con gioia e giubilo che avrebbero pubblicato il mio libro...ebbene, l'attesa è stata lunga, ma ne è valsa la pena! Finalmente "Los Animalanas" è nelle librerie di tutta Spagna (io ancora non l'ho visto, ma dicono che c'è, c'è...!).
Vi indico il link in cui potrete vedere la splendida copertina, leggere la meravigliosa sinossi e ammirare la mia stupenda fotografia!!


Nei prossimi giorni cederò alle insidie di facebook, e creerò una pagina dedicata al libro per cercare di dargli visibilità e annunciare gli eventi relazionati. Intanto per i residenti a Barcellona e dintorni, vi invito ufficialmente a partecipare alla mirabolante, meravigliosa e strabiliante PRESENTAZIONE che si terrà sabato prossimo, 21 marzo, alle ore 17:00 presso la libreria Abracadabra:


Nel frattempo, vi chiedo il grande favore di condividere su tutte le vostre reti sociali il seguente link:


di mettere un "mi piace", e di spargere la voce tra tutti i vostri amici, soprattutto quelli con bimbi, a cui il libro e la presentazione piaceranno di sicuro!!

Mi raccomando, vi aspetto il prossimo sabato 21 marzo, accorrete numerosi, e per gli amici residenti in Italia, speriamo che gli Animalanas possano parlare al più presto la nostra lingua!

Grazie a tutti 
Un abbraccio

domenica 8 marzo 2015

Grazie dei fiori

Per favore non fatemi gli auguri per la festa della donna.
Almeno non fino a quando sentiremo questi discorsi dei politici- rigorosamente uomini- pieni di buone intenzioni ma vuoti di ogni volontà.
Fino a quando in  Italia non ci saranno una Presidente della Repubblica e una Prima Ministra donne.
Fino a quando qui in Spagna le donne continueranno a essere massacrate come bestie da macello dai rispettivi mariti e compagni.
Fino a quando in tutto il mondo bambine indifese saranno costrette a sposare uomini con il triplo dei loro anni.
Fino a quando non avremo lo stipendio uguale a quello dei nostri colleghi uomini.
Fino a quando non potremo conciliare la nostra carriera professionale con il desiderio di essere madri.
Beh, la lista è lunga, nel frattempo l'8 marzo è quasi finito, i rami di mimosa sono già nei vasi e tra poche ore cominceranno a marcire, come i buoni propositi.
Per favore, fatemi gli auguri quando non ci sarà più bisogno di una festa della donna per rivendicare rispetto e parità di diritti.

mercoledì 25 febbraio 2015

Gli inganni della memoria

Negli ultimi mesi ho scritto poco, la mia penna è rimasta in sospeso, e le mie dita sulla tastiera hanno composto meccanicamente soltanto descrizioni di "escapadas" più o meno interessanti. Ho avuto l'impressione di girare in tondo, e nonostante il tempo sia trascorso, di non aver fatto nessun passo avanti. In compenso ho letto molto, e tra i libri che mi hanno accompagnato ultimamente, mi ha colpito uno in particolare, probabilmente perché mi è sembrato di avere in comune con il protagonista proprio questa sensazione di stasi, di impossibilità di avanzare nonostante il trascorrere del tempo e a prescindere dai chilometri percorsi fisicamente. Il libro in questione si intitola "I terribili segreti di Maxwell Sim", è stato scritto da Jonathan Coe e pubblicato da Feltrinelli. L'avevo comprato diversi mesi fa, ma al contrario di come faccio di solito, non l'ho letto subito, anzi, l'avevo quasi dimenticato, e l'ho ritrovato solo un paio di settimane fa, a conferma che i libri hanno un potere particolare, quello di aspettare il momento giusto per arrivare nelle nostre mani. Di questo libro mi aveva attratto il titolo e la copertina: sullo sfondo giallo, una valigia aperta, piena di spazzolini da denti, cartoline, un libro di Eliot e la foto di una barca in mezzo al mare. 

Tutti elementi chiave nella storia del protagonista che si troverà ad intraprendere un viaggio che apparentemente dovrebbe aprirgli le porte per un futuro migliore e permettergli di dare definitivamente le spalle ad un presente poco soddisfacente. Ma nonostante l'entusiasmo iniziale, il viaggio avanza a fatica: Max Sim trova ogni scusa per fermarsi e deviare strada, e sebbene un navigatore satellitare gli indichi la strada, continua a perdersi più o meno volontariamente. Ad un certo punto deve ammettere a se stesso che non è in grado di arrivare alla meta, e non per mancanza di forze o di mezzi materiali, ma semplicemente perché questo viaggio verso un altro se stesso non può avvenire se non si sarà prima accettato, con il fardello del suo passato e con la consapevolezza del suo presente. E perché questo avvenga, dovrà scavare molto più a fondo, e rivangare il rapporto tra i suoi genitori ed il suo con il padre. Questo sarà dunque l'autentico viaggio: un tuffo in apnea in ricordi soffocanti e dolorosi, tenuti a bada nel corso degli anni con misere menzogne ed autoinganni.

Accettare ciò che è stato, ciò che sono stati i suoi genitori, il loro passato, questa è l'unica chiave per ritrovarsi davvero. Perché in fondo siamo ciò da cui veniamo, siamo ciò che abbiamo visto e vissuto, amato e odiato. E non ha senso fuggirne.  Se non siamo in grado di fare i conti con il nostro passato, e soprattutto farci pace, il nostro viaggio verso il futuro sarà una farsa, sarà inutile come pretendere di indirizzare una nave in piena tempesta. Alla fine ci ritroveremo alla deriva, e avremo mentito a noi stessi, oltre alle persone che ci stanno accanto.

Siamo ciò da cui veniamo. E se vogliamo andare da tutt'altra parte, faremmo bene a ricordarci il cammino di andata, perché prima o poi ci dovremo tornare.

lunedì 24 novembre 2014

Di comici, miele e polizia

Chi per caso ieri sera si fosse trovato a passare dalla Rambla intorno alle 21:30, avrebbe assistito ad una scena alquanto bizzarra. Un uomo di 62 anni, pelato e con la pancia, in mutande e con il corpo interamente ricoperto di miele e piume, in mezzo ad uno dei viali più famosi del mondo, incitava una folla di gente a lanciare un urlo al suo segnale.
Molti hanno pensato che fosse un pazzo, e qualcuno addirittura che fosse pericoloso, tanto da richiedere l'intervento della polizia, che manco a dirlo, è accorsa a sirene spiegate e ha prontamente circondato l'uomo bizzarro, scortandolo, a debita distanza, per evitare di imbrattarsi la divisa di miele, dentro al teatro lì di fronte, sotto una pioggia di insulti e imprecazioni della folla rimasta fuori.
Ma come si è arrivati a tutto questo? Andiamo un po' indietro, a un'ora e mezza prima, quando all'interno di quello stesso teatro adesso presidiato dalla polizia, un uomo di 62 anni, pelato e con la pancia, in giacca e cravatta e con il naso rosso da pagliaccio, sale sul palco e si siede su una poltrona in cima a tre grandi scaloni. Dall'alto della sua posizione comincia a raccontare una storia. Di quando da bambino viveva a Milano e ogni domenica con i suoi genitori si recava in Piazza Duomo e trascorreva il pomeriggio a dar da mangiare ai piccioni il pane raffermo messo da parte durante la settimana. Si ritrovavano, bambini di ogni età e ceto sociale, accomunati da quel rito domenicale sotto lo sguardo attento e vigile dei genitori, che si preoccupavano che i propri figli obbedissero alle regole di non giocare a pallone, non gridare e non fare movimenti veloci.
Sembra proprio di vederlo, questo bambino di 6 anni in calzoncini corti che pesca i pezzi di pane secco dal suo sacchetto e li lancia tutto intorno ai piccioni, sotto l'ombra imponente del duomo. Ma una domenica questo bambino si rende conto che quelle convenzioni non gli stanno bene, che quelle tre regole sono talmente prive di senso che non meritano di essere rispettate. E allora decide di infrangerle, e con un gesto veloce scaglia per terra il sacchetto del pane, creando scompiglio tra i piccioni anche loro ormai abituati ai loro lenti movimenti rituali, e suscitando l'ira della madre che con un sorriso forzato gli torce l'orecchio obbligandolo a raccogliere il pane da terra e ricominciare a distribuirlo secondo l'ordine prestabilito. Ma il ragazzino non si fa persuaso, e la domenica successiva osa ancor di più, e contro la regola ferrea di non far rumore, mette in atto il suo piano diabolico: dopo aver radunato gli ignari piccioni con le solite briciole di pane raffermo, accende un enorme petardo e lo lancia in mezzo a loro.
Le conseguenze di quel gesto sono perfettamente immaginabili, e i piccioni superstiti che fuggono impazziti, ci metteranno tre giorni prima di ritornare nella piazza. La gente lo guarda sconvolto, la madre lo schiaffeggia senza pietà, ma lui è soddisfatto, perché ha infranto quelle regole che fin da allora riteneva insensate. E da quel momento, da quel primo gesto di consapevole ribellione, Leo Bassi continuerà a portare avanti la sua lotta contro le convenzioni sui palchi di tutto il mondo. Con lo stesso effetto di un petardo lanciato nel silenzio di una piazza ordinata, a teatro scaglia coca cola sugli spettatori, accende fuochi e minaccia di uccidere almeno 15 delle persone sedute in prima fila. Leo Bassi si definisce un buffone, nel senso classico del termine: balla e urla, utilizza marchingegni stravaganti e trasforma i tratti del suo viso con smorfie grottesche. Ma non si accontenta della risata facile, vuole arrivare alla gente in maniera scomoda e antipatica, vuole incutere timore e aspettativa, pretende che durante il suo spettacolo gli spettatori abbiano "il culo stretto". E ci riesce, alla perfezione. Durante un'ora e mezza non sappiamo davvero se torneremo a casa con i capelli bruciati o il cappotto imbrattato di liquidi più o meno corrosivi, ma sapremo di aver partecipato ad un evento unico e irripetibile, in cui il teatro si è fatto vivo e ci ha regalato un momento speciale. E quando pensiamo che lo spettacolo sia finito, con un misto di sollievo per esserne usciti indenni e dispiacere perché avremmo voluto di più, quest'uomo in mutande, ci trascina fuori dal teatro, e tutti lo seguiamo incantati come i topi del pifferaio di Hamelin, fiduciosi come i piccioni a cui dava da mangiare da bambino in Piazza Duomo a Milano. Quando arriva la polizia ci indigniamo e urliamo "vergogna" perché invece di arrestare i borseggiatori che bazzicano indisturbati sulla Rambla, se la prendono con un uomo ricoperto di miele e piume che ci sta soltanto regalando la scena più poetica alla quale abbiamo avuto l'onore di assistere negli ultimi anni.

venerdì 20 giugno 2014

Chiuso per ferie

Estate, tempo di vacanze, di viaggi, di mete lontane che appaiono finalmente raggiungibili. È da tempo che ci penso, almeno da marzo, quando i primi accenni di primavera mi fanno già agognare il caldo dell'estate. E siccome sono previdente, controllo molti mesi prima di avere tutto a posto per la vacanza che mi aspetta: sotto strati di maglioni e calzettoni di lana vado a stanare il costume che ogni anno mi ostino a  indossare allungando di volta in volta i laccetti sui fianchi, controllo le infradito per assicurarmi che siano lì nel loro scatolo in attesa di essere riesumate, e quando infine è la volta dei documenti, un terribile sospetto mi assale mentre la colonna sonora di Psycho fa da sottofondo all'espressione del mio viso. Sì, il passaporto scade tra 5 mesi, ma visto che sono stata previdente e attenta, ho ancora un bel po' di tempo a disposizione per chiedere il rinnovo. Però non ho fatto i conti con un piccolo particolare, ossia che essendo residente a Barcellona, regolarmente iscritta all'Aire (Anagrafe Italiani residenti all'estero), così come d'obbligo, dovrò inoltrare la richiesta di rinnovo al Consolato. Che com'è noto a chi vive da tempo qui, non si distingue certo per la celerità della sua burocrazia.
Ma fiduciosa e ligia al dovere, seguo scrupolosamente le indicazioni fornite dal sito del Consolato generale d'Italia a Barcellona, che mi propone diverse alternative, tra cui quella di poter sbrigare il tutto personalmente previo appuntamento da prendere on-line. Niente di più facile, se non fosse che risulterà assolutamente IMPOSSIBILE trovare un'ora libera nel calendario del Consolato. Qualcuno mi dice che c'è il trucco: bisogna collegarsi a mezzanotte, e allora, pare si azzerino i contatori e si riesca a trovare uno spazio libero. Macché. Resisto fino allo scoccare dell'ora fatidica e con il dito piú lesto del west faccio il tentativo. Niente da fare. Chiedo supporto a familiari a e amici, magari è un problema del mio navigatore, del mio computer, del mio karma. Niente, l'esito è sempre lo stesso: calendario saturo.
Ma non demordo: la spiaggia caraibica è sempre lì nei miei pensieri, mi sta aspettando. Quindi opto per la seconda opzione: inviare i documenti per posta. Tradizionale, sicura, affidabile raccomandata con ricevuta di ritorno alla quale affido le speranze della mia vacanza. Ma l'incubo della prenotazione on-line si ripresenta anche in questo caso, perché, spiega il sito del Consolato, una volta che avranno ricevuto i miei documenti, mi invieranno un codice con cui dovrò prendere appuntamento on-line per potermi poi recare di presenza negli uffici e rilasciare le impronte digitali, divenute obbligatorie dal 2010.
Stringo i denti e riacchiappo con un lazo immaginario la spiaggia che si sta allontanando sempre di più dai miei orizzonti...Del resto, penso, mancano ancora tre mesi alla partenza, impossibile che in tutto questo tempo non si possa sbrigare questo genere di pratica. Ma dando ascolto ai miei timori e oscuri presentimenti, passato più di 1 mese dall'invio della documentazione, durante il quale non ho ricevuto assolutamente nulla, entro nuovamente nel sito del Consolato e leggo questo inquietante annuncio, che giuro sui figli del console, fino all'ultima volta non c'era:
"SI RACCOMANDA AI RICHIEDENTI IL PASSAPORTO CHE OPTANO PER L’INVIO DELLA RICHIESTA PER POSTA o tramite la rete dei Consolati Onorari, DI EFFETTUARLO CON CONGRUO ANTICIPO RISPETTO ALLA DATA DI SCADENZA DEL DOCUMENTO (PREFERIBILMENTE 6 MESI)."
Sei mesi. Queste parole rimbombano nella mia testa e il loro rumore è uno tsunami che inonda la mia meravigliosa spiaggia caraibica fino a farla scomparire del tutto.
Continuo a leggere:
"AVVERTIAMO L’UTENZA CHE, STANTE L’ELEVATA RICHIESTA, I POSTI DISPONIBILI PER LA FASE FINALE TENDONO AD ESAURIRSI IN UN BREVE INTERVALLO DI TEMPO."
Fase finale? Ma che è? Amici di Maria de Filippi? Mi chiederanno un balletto o una canzone per poter avere quello di cui ho diritto come ogni cittadino, e in tempi che possibilmente non prevedano due cambi di stagione? Ma contro la burocrazia, purtroppo, c'è poco da fare, e se volessi fare un reclamo, anche in quel caso dovrei prendere appuntamento on-line.
Mentre saluto con un fazzoletto bianco la ballerina hawaiana sopravvissuta allo tsunami che ha ingoiato la mia spiaggia, mi riprometto che la tra 10 anni, alla prossima scadenza del mio documento, farò in modo di aver già chiesto la nazionalità spagnola.

p.s. ogni riferimento a persone e fatti realmente esistiti è totalmente ispirato a Ilaria.

venerdì 28 marzo 2014

Il cliente ha sempre ragione. Parte 7: Il cliente multi-task

Ricordate la pubblicità della Omnitel, quella in cui Megan Gale con in mano un cellulare delle dimensioni di un citofono scalava vette altissime e grattacieli di mille piani per poter fare una telefonata?
A me è sembrata sempre una pubblicità poco azzeccata, perché mi lasciava intendere che per per avere "campo" con questa compagnia telefonica, dovevi come minimo salire in cima all'Everest.

Ma credo che la maggior parte della gente, magari meno scettica di me, l'abbia presa da ispirazione per effettuare le proprie chiamate dai luoghi piú impervi e improbabili. E ovviamente il cliente del call center non fa eccezione.

Ed è così che nel bel mezzo di un'escursione nella foresta amazzonica o mentre sta sturando il lavandino del bagno o sta affondando nelle sabbie mobili, gli viene in mente che potrebbe risolvere quel dubbio che gli sta tanto a cuore, chiamando il suo call center di fiducia.

Tra l'altro approfitta delle di solito lunghe attese per portarsi avanti con suddette attività, e quando finalmente riesce a prendere la linea e sente la vostra voce pimpante e disponibile chiedere in cosa possiate aiutarlo, vi dice trafelato: "Un momento, un momento!" come se aveste aperto all'improvviso la porta del suo bagno e l'aveste beccato con i pantaloni a mezza coscia.
Pazientate alcuni istanti, durante i quali sentite ogni tipo di rumori che cercate di identificare: folate di vento, esplosioni in lontananza, ruggiti feroci o pianti di bambini.
Ma mai, mai, silenzio e tranquillità. Forse il cliente sceglie proprio questi momenti per chiamare il call center per avere un conforto mentre viene inghiottito dal fango o per condividere la sua soddisfazione quando infine sarà riuscito a disincagliare il gomitolo di peli dallo scarico del lavandino.

Ma questo non lo sapremo mai, perché dopo alcuni minuti, sarà lui stesso che sbuffando vi dirà che richiamerà più tardi.

E potete stare certi che la prossima volta aspetterà come minimo di essere attaccato da un orso feroce prima di ricomporre il numero.

venerdì 14 febbraio 2014

La ruota della fortuna

L'Italia ormai non si distingue nel mondo per i suoi marchi prestigiosi, che abbiamo svenduto all'estero, o per la cultura, anche questa cacciata via dal Bel Paese a colpi di libri di Volo e Moccia. Nemmeno per il cibo possiamo più inorgoglirci,  visto che spacciamo per made in Italy l'olio spagnolo e lasciamo marcire le arance siciliane per mangiare quelle marocchine.

Quello per cui siamo famosi ultimamente è invece una nuova specialità, che consiste nel far cadere il governo. E stiamo diventando talmente esperti che potrebbero anche concederci il marchio doc per questo prodotto nazionale.

È vero che negli ultimi anni in Italia l'anomalia è diventata la norma, l'eccezione si è trasformata in regola e abbiamo imparato a vivere in un un costante stato di precarietà. Ma anche così non possiamo non renderci conto che non è normale che gli ultimi due governi-ed evidentemente non ci sarà due senza tre- ci siano stati imposti senza che nessuno li abbia votati.

Facciamo attenzione, perché si suppone che in Italia la forma di governo sia ancora la democrazia, e questa, da dizionario, è la "forma di governo in cui la sovranità risiede nel popolo, il quale la esercita per mezzo di rappresentanti liberamente eletti, con libera opposizione delle minoranze e nell'ambito della legge".

Dove sono in questo caso i rappresentanti liberamente eletti?
Dov'è il popolo?
Dove siamo noi e il nostro diritto al voto?

Inutile dire che Renzi non mi piace: a parte i suoi trascorsi alla Ruota della Fortuna, reputo molto pericolose le sue affinità elettive con Berlusconi. E nemmeno mi convincono le larghe intese, che in Italia stanno diventando molto più che semplici accordi e compromessi: stanno diventando conformità, e questo porta come conseguenza inevitabile che non ci sia più distinzione tra i partiti, tra le ideologie, tra i princípi.

Se finora si limitavano ad ignorare la voce delle piazze, adesso vogliono zittire anche quella delle urne: facciamo molta attenzione, perché di questo passo il nostro futuro dipenderà da come gira la ruota della fortuna del politico di turno.

giovedì 23 gennaio 2014

La vera bellezza

Negli ultimi tempi il film "La grande bellezza" è sulla bocca di tutti: esperti e non, autorevoli critici e semplici cinefili, hanno vivisezionato e analizzato la pellicola mettendola sotto la lente d'ingrandimento per cercare di spulciarne significati reconditi, riferimenti, messaggi. E chi ha creduto di trovare qualcosa di tutto questo, l'ha osannata come grande capolavoro, quelli che invece sono tornati a mani vuote dalla loro ricerca, l'hanno liquidata come pretenziosa e inconcludente.
A parte che non credo sia sempre necessario cercare dei riferimenti che giustifichino la bontà o la legittimità di un'opera (i più hanno chiamato in causa Fellini e la sua Dolce Vita, ma c'è chi ha scomodato persino Céline e il suo viaggio al termine della notte), io nella mia beata ignoranza mi sono limitata a godermi la poesia malinconica di questo film, espressa magnificamente non solo dalle immagini, ma soprattutto dalle parole. Perfettamente costruite, cesellate come piccoli gioielli, fortemente musicali e suggestive, con un potere evocativo capace di riportare alla memoria ricordi e sensazioni forse neanche vissuti per davvero, ma talmente forti da sembrare reali. 
Per esempio quando il protagonista dice: "Quando, da giovane, mi chiedevano: cosa c'è di più bello nella vita? E tutti rispondevano: "la fessa!", io solo rispondevo: "l'odore delle case dei vecchi". Ecco, a me è tornata in mente l'infanzia, quelle domeniche lunghe a casa dei nonni, quelle giornate che cominciavano poco prima di pranzo e lente e indolenti si trascinavano fino al tramonto. Quando dopo mangiato la casa rimaneva in silenzio e il mondo era nostro perché non c'erano i grandi a controllarci. Avremmo potuto fare tutto, ma in realtà non facevamo assolutamente nulla, se non goderci il momento. E la poesia per me sta proprio qui, nell'attesa di qualcosa che non arriva, rimandata sempre perché in realtà non la si aspetta.
E nello stesso modo ho vissuto questo film, momento per momento, scena per scena, senza cercare necessariamente un climax che infatti non arriva, neanche nei momenti più drammatici. Per questo, chi s'aspetta azione e una "classica" trama, molto probabilmente rimarrà deluso da "La grande bellezza". Chi invece ricorda ancora il mesto tardare del tempo di quelle domeniche lunghe a casa dei nonni, lo apprezzerà profondamente.

mercoledì 15 gennaio 2014

Il cliente ha sempre ragione. Parte 6: Il cliente scettico

Avete presente quando vi sembra di aver già visto un viso, annusato un profumo, vissuto una situazione, sentito una voce? Ecco, se lavorate in un call center, di voci ne sentite a decine, alcune volte anche centinaia al giorno, ed è difficile che in questo caos vocale vi ricordiate un timbro, un tono, un accento. Nella vostra testa si crea un vortice di rumori che chi non ha mai lavorato in un call center può provare a ricreare comodamente a casa propria accendendo la Tv a tutto volume su una puntata di "Uomini e donne" mentre un bambino piange nella stessa stanza e un operaio martella fuori dalla finestra.

Ma non è tanto ascoltare le voci, che per quello ci sono già i medium. No, il problema è che a quelle voci bisogna anche dare delle risposte, e che siano non dico perfette, ma quanto meno coerenti e credibili, chè la supercazzola con scappellamento a destra al massimo la potete rifilare al povero sprovveduto che chiama giusto un secondo prima dell'orario di chiusura del servizio.

Alla fine della vostra giornata di lavoro avrete parlato talmente tanto che vi ritroverete la lingua felpata alla Fantozzi, e anche se avrete la soddisfazione di accendervi la sigaretta sfregandovi il fiammifero sulla lingua zigrinata, potete scommetterci che il filtro vi rimarrà appiccicato al labbro inferiore e dovrete scollarvelo via con tantissimo dolore...

Ma nonostante abbiate perso tutta la vostra saliva prodigandovi per fornire ai clienti le risposte e le soluzioni migliori, troverete sempre l'eterno insoddisfatto che non si accontenta della vostra parola. Lo scettico, quello che proprio non si fida, quello che crede che avreste potuto fare di meglio, o che comunque vuole un secondo parere, nemmeno gli avessero diagnosticato un cancro terminale.

E questo è il cliente che richiama. Immemore dell'odissea poc'anzi affrontata per riuscire a prendere la linea, impavido e ostinato ricompone il numero e si rituffa nel flusso delle chiamate, sfida nuovamente la voce registrata e l'enigma dei numeri da digitare, e sulla melodia della musichetta avanza fiducioso nel tunnel dell'attesa come un salmone che risale la corrente. E alla fine ce la fa, perché il cliente rompipalle ha sempre un canale preferenziale, e manco a dirlo, ribecca voi, perché tra l'operatore e il cliente si crea un'inspiegabile affinità elettiva che genera un campo elettromagnetico speciale che immancabilmente lo farà tornare, manco fosse Lassie, soprattutto quando si tratta di un rompiscatole o di un maleducato.

E nonostante abbiate parlato con altre 99 persone, quella voce la riconoscete subito, mentre lui no, ignaro e innocente, afferma di volere solo un'informazione, guarda caso la stessa che voi gli avete dato nemmeno un'ora prima. E allora lo lasciate parlare, spiegare per l'ennesima volta, giocate un po' con lui come fa il gatto con il topolino. Aspettate il momento giusto per sferrare l'attacco e smascherarlo: "Ma lei, Signor/Signora X, non ha chiamato poco fa?". A questo punto il cliente scettico è alle strette, deve scegliere rapidamente la strategia di difesa: fare la figura del vile miscredente o negare l'evidenza? La scelta è ardua, e dopo un attimo di tentennamento, poco prima di battere in ritirata, vi stordisce chiedendo:"Prematurata la supercazzola o scherziamo?"

giovedì 12 dicembre 2013

L'ultimo bacio

Ecco, era da un po' che sulle pagine dei quotidiani nazionali non risuonava una notizia talmente priva di senso, di credibilità, di logica, che temevo quasi che l'Italia stesse diventando un paese normale. Stavo leggendo con interesse e speranza le gesta dei Forconi, che sembrano star riuscendo a scuotere piazze e
coscienze, nonostante il presidente si ostini a sottovalutarli e a non reputarli rappresentativi dell'intero paese. Ma fossi in lui mi guarderei bene dall'auspicare una rivolta generale, considerando che se davvero scendessero in piazza i rappresentanti di ogni categoria, si ritroverebbe anche macellai, personal trainer, spadaccini, cacciatori e domatori di tigri, insomma gente che per mestiere è abituata a maneggiare attrezzi pericolosi e ad avere fisici ben allenati. E comunque, anche solo i forconi, se ben appuntiti, possono far male.

Ma non è questo il punto: dicevo, stavo leggendo di forconi, renzi e grilli vari, quando la mia attenzione è stata carpita da un titolo surreale: "La No Tav che baciò un poliziotto denunciata per violenza sessuale" . Che a pensarci bene potrebbe essere il titolo di un film della Wertmüller...se solo fosse accaduto nell'azzurro mare d'agosto...perché poi gli altri ingredienti ci son tutti: c'è l'insolito destino e il poliziotto, che come Mimì Metallurgico, si è sentito ferito nell'onore.
Ma a parte le reminiscenze cinematografiche, ciò che mi sembra surreale è associare un bacio (e quel tipo di bacio, che tutti abbiamo visto, immortalato sulle prime pagine dei giornali) al reato di violenza sessuale. E per fare chiarezza è meglio attenersi ai fatti, anzi alle parole. E queste sono quelle che recita il codice penale in materia di reato di violenza sessuale:
"Art. 609-bis.
Violenza sessuale:

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto
;"
A tal proposito mi sembra che il poliziotto in questione fosse nel pieno delle sue facoltà fisiche. Su quelle mentali non ho la possibilità di confermare.
"2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona."
È evidente che in quel frangente la ragazza era stata momentaneamente sostituita da una ninfomane: è risaputo che davanti a questa specie di donna il maschio fugge spaventato e inorridito.

Ma passiamo alle aggravanti, perché la ragazza rischia grosso. Infatti:
"La pena è della reclusione da sei a dodici anni se i fatti di cui all'articolo 609-bis sono commessi:
1) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni quattordici;
"
Ma anche se giovane, il poliziotto ha superato da un pezzo l'età per il patentino;
"2) con l'uso di armi o di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti o di altri strumenti o sostanze gravemente lesivi della salute della persona offesa;"
A meno che la ragazza non fosse afflitta da alitosi, pare che anche per le sostanze stupefacenti non ci sia aggravante;
"3) da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio;"
La divisa la indossava lui, non lei;
"4) su persona comunque sottoposta a limitazioni della libertà personale;"
Anche in questo caso, a parte il casco, sembra che la vittima non avesse ulteriori limitazioni;
"5) nei confronti di persona che non ha compiuto gli anni sedici della quale il colpevole sia l'ascendente, il genitore anche adottivo, il tutore."
Come sopra, nonostante la giovane età, diamo per certo che il poliziotto al momento del fatto avesse più di 16 anni. In caso contrario resterebbe da verificare che la ragazza non sia in realtà la sua mamma adottiva.

E adesso vediamo alcune definizioni di "bacio":
-dizionario Hoepli: "atto di amore, di affetto, di devozione o di deferenza che si compie accostando le labbra a qualcuno o a qualcosa, talvolta facendole schioccare";
-vocabolario Treccani: "atto compiuto applicando le labbra e premendole, per un tempo più o meno lungo, su persona o cosa in segno di amore, venerazione, affetto, devozione";
-Edmond Rostand (sì, lui, non la Perugina): "un apostrofo rosa fra le parole t'amo, un segreto detto sulla bocca."

Tutte cose belle, insomma: amore, affetto, devozione. Anche se poi la ragazza in questione ha detto che i poliziotti sono dei porci da appendere a testa in giù...ma questa è un'opinione sua personale più o meno condivisibile.

Ma per essere corretti e imparziali, vanno annoverati anche altri tipi di baci: c'è infatti anche il bacio dei mafiosi, che serve per suggellare patti e alleanze ma anche per condannare a morte un nemico. Ma in questo caso non sono state notate somiglianze della ragazza né con Riina né con Andreotti, pertanto il poliziotto non dovrebbe temere in tal senso; e c'è poi il bacio di Giuda, ma a meno che il poliziotto non ritenga di essere il messia, anche in questo caso, non dovrebbe porsi il problema.

E comunque, augurandomi che un paese serio non permetta che venga portata avanti una simile sciocchezza, vorrei dare un consiglio alla ragazza e uno al poliziotto: a lei, che la smettesse di baciare sconosciuti, che prima o poi si beccherà la mononucleosi. E a lui, che la prossima volta si tolga il casco, e si goda il momento.

sabato 9 novembre 2013

Andremo tutti all'inferno

Ieri sul quotidiano digitale ElDiario.es, ho letto un articolo scritto dalla giornalista e scrittrice barcellonese Maruja Torres, che mi ha profondamente scosso.

L'autrice immagina, e si augura, che in un futuro nemmeno troppo lontano, qualcuno - i nostri figli o nipoti- ci chiederà se fossimo al corrente di tutti i morti nel mare di Lampedusa, o del trattamento riservato a chi da quel mare fosse riuscito a scampare; o se sapessimo che nelle reti di recinzione di Ceuta e Melilla venissero apposte delle lame per evitare che la gente le scavalcasse. Sì, gente, non bestie feroci.

Cosa risponderemo? Che sì, che sapevamo tutto, e che siamo stati a guardare, e a volte quando le immagini erano troppo forti abbiamo abbassato gli occhi sul piatto, che si sa, queste cose vengono servite sempre a ora di cena, quando la gente tra un'insalata e una fettina di carne ha già dimenticato tutto, e a volte cambiando canale, che i giochi a quiz o una bella serie tv causano meno acidità

Ma anche se abbiamo spento la tv o chiuso  il giornale ormai non possiamo fare finta di niente. Sappiamo. Taciamo. E quindi: acconsentiamo? 

Maruja Torres non usa mezzi termini, e ci paragona agli onorabili tedeschi che quando vedevano l'aria piena di cenere proveniente dai forni crematori fingevano di credere che si trattasse di un nuovo sistema di riscaldamento.
E quando ho letto queste parole, mi sono fermata e ho dovuto trattenere le lacrime. Ma non si trattava di lacrime di rabbia o di tristezza, no, quelle sono facili, già le spreco durante la cena davanti alla tv. Questa volta erano lacrime di vergogna.

Perché è vero, stiamo facendo la stessa identica cosa. Guardiamo. Sappiamo. Taciamo. E quindi: acconsentiamo. E se non ricordo male, Dante gli ignavi li mette nell'antinferno, che non si meritano neppure di bruciare all'inferno...

giovedì 10 ottobre 2013

We were beat. Due libri (più o meno) interrotti

Sono sicura che molti non saranno d'accordo con me e diranno che non capisco nulla di letteratura. Probabile, ma non posso farci niente, andando contro i nostalgici del "beat" e forse un po'anche del trash, devo ammettere che non sono riuscita a portare a termine la lettura di "Pasto nudo" di William Burroughs. E pensare che ai tempi del liceo divoravo Henry Miller, che con la trilogia Sexus-Plexus-Nexus, e con Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno mi fece scoprire che esiste un modo di scrivere al di là della consecutio temporum che è pur sempre logico, solo su un piano diverso; e "On the road" che mi fece sognare di partire e non tornare mai più, o quanto meno solo quando avessi avuto il bagaglio necessario per scrivere un libro; e quello sporcaccione di Bukowsky, che mi portò a litigare con il bibliotecario che non voleva darmi in prestito "Compagno di sbornie" perché ero ancora minorenne.

E non credo di essere diventata una puritana rispetto alla mia adolescenza o di aver cambiato eccessivamente gusti letterari: amo ancora la letteratura americana, apprezzo Charlie (anche se non lo mitizzo) e ricordo con affetto il caro Henry (oddio, mi sa che sì, sono cambiata parecchio..!). No, a parte gli scherzi: non so dire se la lettura di "Pasto Nudo" mi abbia infastidito o semplicemente annoiato terribilmente. Fatto sta che ho resistito fino a poco oltre la metà del libro, ma poi ho dovuto rinunciare, non sono riuscita ad andare avanti. Non so se attribuire la responsabilità al fatto che ad ogni pagina spuntano peni in perenne erezione, o scene di sesso violento e morboso ai limiti del macabro, o siringhe che bucano vene in ogni parte del corpo lasciando aperte voragini incancrenite. O perché tutte queste cose mi sono sembrate talmente fini a se stesse e prive di un senso da risultare totalmente gratuite e perciò sgradevoli.

È probabile che io di letteratura ne capisca poco, ma quello che so è che in un libro cerco qualcosa, e non necessariamente una storia o un senso, ma comunque qualcosa che mi rimanga al di là delle pagine. E da questo punto di vista ho trovato "Pasto nudo" profondamente egoista, un libro che non lascia nulla: è solo una masturbazione mentale dell'autore che sotto l'effetto delle droghe più allucinanti e allucinogene ha dato sfogo a tutti i suoi mostri e alle sue oscene fantasie.

Ma inconsciamente gli sto concedendo ancora una speranza (o me la sto concedendo io?), e anziché riporlo nuovamente nella mensola della libreria, l'ho lasciato sul tavolino basso accanto al divano, a portata di mano...

Nel frattempo, per "disintossicarmi" ho cominciato a leggere l'ultimo libro che ho comprato: "La casa de los amores imposibles" di Cristina Lopez Barrio. Colpa mia, lo so, il titolo avrebbe dovuto avvisarmi, ma la copertina è talmente bella che mi sono lasciata ingannare, e ci sono cascata. Fin dalle prime pagine mi sono resa conto che si tratta di una storia d'amore "pura y dura", e sospetto anche molto molto banale, senza uno struggente sfondo andelliano o quantomeno uno spunto sociale o una buona contestualizzazione storica. E che male c'è? direte voi. È vero, non c'è nulla di  male in un libro che racconta una storia d'amore, ma che volete, il mio passato beat mi ha reso allergica a questo tipo di letteratura. E mi sa che anche questo sarà un libro interrotto, ma stavolta non gli concederò il beneficio del tavolino: questo se ne torna dritto dritto sulla mensola della libreria.