mercoledì 25 marzo 2015

Se non lo vedo non esiste

Leggo le notizie del disastro aereo avvenuto ieri, in cui hanno perso la vita 150 persone, e mi soffermo sulla biografia delle vittime. Tutti i morti nell'incidente hanno un nome e un cognome, un'età, una professione, una famiglia che è rimasta nella desolazione più nera o che è stata disintegrata completamente in questa tragedia. 

Bambini, ragazzini, studenti, cantanti, imprenditori...semplicemente uomini, donne, persone. Di loro adesso sappiamo tutto, li piangiamo come se li avessimo conosciuti, come se fossero stati i nostri vicini, i nostri parenti...noi stessi. Perché sappiamo che a chiunque di noi potrebbe capitare, e quindi è facile empatizzare.

Quando una bomba esplode in Siria, o un autobus viene fatto saltare in aria in qualche paese lontano del Medio Oriente, non vengono riferiti i nomi e i cognomi delle vittime, non sappiamo se avessero tre o quattro figli o se avessero appena terminato una tournée teatrale...Non c'è soluzione di continuità tra la loro non esistenza nel nostro mondo prima e dopo la loro morte.

Sono lontani, la loro realtà non ci appartiene, a noi non potrà mai succedere una cosa del genere. Siamo sicuri?

Nel dubbio, meglio chiudere gli occhi e non vederlo.

venerdì 13 marzo 2015

L'attesa è finita! Vi presento "Los Animalanas"




Carissimi amici vicini e lontani,

ne è passato di tempo da quando vi annunciai con gioia e giubilo che avrebbero pubblicato il mio libro...ebbene, l'attesa è stata lunga, ma ne è valsa la pena! Finalmente "Los Animalanas" è nelle librerie di tutta Spagna (io ancora non l'ho visto, ma dicono che c'è, c'è...!).
Vi indico il link in cui potrete vedere la splendida copertina, leggere la meravigliosa sinossi e ammirare la mia stupenda fotografia!!


Nei prossimi giorni cederò alle insidie di facebook, e creerò una pagina dedicata al libro per cercare di dargli visibilità e annunciare gli eventi relazionati. Intanto per i residenti a Barcellona e dintorni, vi invito ufficialmente a partecipare alla mirabolante, meravigliosa e strabiliante PRESENTAZIONE che si terrà sabato prossimo, 21 marzo, alle ore 17:00 presso la libreria Abracadabra:


Nel frattempo, vi chiedo il grande favore di condividere su tutte le vostre reti sociali il seguente link:


di mettere un "mi piace", e di spargere la voce tra tutti i vostri amici, soprattutto quelli con bimbi, a cui il libro e la presentazione piaceranno di sicuro!!

Mi raccomando, vi aspetto il prossimo sabato 21 marzo, accorrete numerosi, e per gli amici residenti in Italia, speriamo che gli Animalanas possano parlare al più presto la nostra lingua!

Grazie a tutti 
Un abbraccio

domenica 8 marzo 2015

Grazie dei fiori

Per favore non fatemi gli auguri per la festa della donna.
Almeno non fino a quando sentiremo questi discorsi dei politici- rigorosamente uomini- pieni di buone intenzioni ma vuoti di ogni volontà.
Fino a quando in  Italia non ci saranno una Presidente della Repubblica e una Prima Ministra donne.
Fino a quando qui in Spagna le donne continueranno a essere massacrate come bestie da macello dai rispettivi mariti e compagni.
Fino a quando in tutto il mondo bambine indifese saranno costrette a sposare uomini con il triplo dei loro anni.
Fino a quando non avremo lo stipendio uguale a quello dei nostri colleghi uomini.
Fino a quando non potremo conciliare la nostra carriera professionale con il desiderio di essere madri.
Beh, la lista è lunga, nel frattempo l'8 marzo è quasi finito, i rami di mimosa sono già nei vasi e tra poche ore cominceranno a marcire, come i buoni propositi.
Per favore, fatemi gli auguri quando non ci sarà più bisogno di una festa della donna per rivendicare rispetto e parità di diritti.

mercoledì 25 febbraio 2015

Gli inganni della memoria

Negli ultimi mesi ho scritto poco, la mia penna è rimasta in sospeso, e le mie dita sulla tastiera hanno composto meccanicamente soltanto descrizioni di "escapadas" più o meno interessanti. Ho avuto l'impressione di girare in tondo, e nonostante il tempo sia trascorso, di non aver fatto nessun passo avanti. In compenso ho letto molto, e tra i libri che mi hanno accompagnato ultimamente, mi ha colpito uno in particolare, probabilmente perché mi è sembrato di avere in comune con il protagonista proprio questa sensazione di stasi, di impossibilità di avanzare nonostante il trascorrere del tempo e a prescindere dai chilometri percorsi fisicamente. Il libro in questione si intitola "I terribili segreti di Maxwell Sim", è stato scritto da Jonathan Coe e pubblicato da Feltrinelli. L'avevo comprato diversi mesi fa, ma al contrario di come faccio di solito, non l'ho letto subito, anzi, l'avevo quasi dimenticato, e l'ho ritrovato solo un paio di settimane fa, a conferma che i libri hanno un potere particolare, quello di aspettare il momento giusto per arrivare nelle nostre mani. Di questo libro mi aveva attratto il titolo e la copertina: sullo sfondo giallo, una valigia aperta, piena di spazzolini da denti, cartoline, un libro di Eliot e la foto di una barca in mezzo al mare. 

Tutti elementi chiave nella storia del protagonista che si troverà ad intraprendere un viaggio che apparentemente dovrebbe aprirgli le porte per un futuro migliore e permettergli di dare definitivamente le spalle ad un presente poco soddisfacente. Ma nonostante l'entusiasmo iniziale, il viaggio avanza a fatica: Max Sim trova ogni scusa per fermarsi e deviare strada, e sebbene un navigatore satellitare gli indichi la strada, continua a perdersi più o meno volontariamente. Ad un certo punto deve ammettere a se stesso che non è in grado di arrivare alla meta, e non per mancanza di forze o di mezzi materiali, ma semplicemente perché questo viaggio verso un altro se stesso non può avvenire se non si sarà prima accettato, con il fardello del suo passato e con la consapevolezza del suo presente. E perché questo avvenga, dovrà scavare molto più a fondo, e rivangare il rapporto tra i suoi genitori ed il suo con il padre. Questo sarà dunque l'autentico viaggio: un tuffo in apnea in ricordi soffocanti e dolorosi, tenuti a bada nel corso degli anni con misere menzogne ed autoinganni.

Accettare ciò che è stato, ciò che sono stati i suoi genitori, il loro passato, questa è l'unica chiave per ritrovarsi davvero. Perché in fondo siamo ciò da cui veniamo, siamo ciò che abbiamo visto e vissuto, amato e odiato. E non ha senso fuggirne.  Se non siamo in grado di fare i conti con il nostro passato, e soprattutto farci pace, il nostro viaggio verso il futuro sarà una farsa, sarà inutile come pretendere di indirizzare una nave in piena tempesta. Alla fine ci ritroveremo alla deriva, e avremo mentito a noi stessi, oltre alle persone che ci stanno accanto.

Siamo ciò da cui veniamo. E se vogliamo andare da tutt'altra parte, faremmo bene a ricordarci il cammino di andata, perché prima o poi ci dovremo tornare.

lunedì 24 novembre 2014

Di comici, miele e polizia

Chi per caso ieri sera si fosse trovato a passare dalla Rambla intorno alle 21:30, avrebbe assistito ad una scena alquanto bizzarra. Un uomo di 62 anni, pelato e con la pancia, in mutande e con il corpo interamente ricoperto di miele e piume, in mezzo ad uno dei viali più famosi del mondo, incitava una folla di gente a lanciare un urlo al suo segnale.
Molti hanno pensato che fosse un pazzo, e qualcuno addirittura che fosse pericoloso, tanto da richiedere l'intervento della polizia, che manco a dirlo, è accorsa a sirene spiegate e ha prontamente circondato l'uomo bizzarro, scortandolo, a debita distanza, per evitare di imbrattarsi la divisa di miele, dentro al teatro lì di fronte, sotto una pioggia di insulti e imprecazioni della folla rimasta fuori.
Ma come si è arrivati a tutto questo? Andiamo un po' indietro, a un'ora e mezza prima, quando all'interno di quello stesso teatro adesso presidiato dalla polizia, un uomo di 62 anni, pelato e con la pancia, in giacca e cravatta e con il naso rosso da pagliaccio, sale sul palco e si siede su una poltrona in cima a tre grandi scaloni. Dall'alto della sua posizione comincia a raccontare una storia. Di quando da bambino viveva a Milano e ogni domenica con i suoi genitori si recava in Piazza Duomo e trascorreva il pomeriggio a dar da mangiare ai piccioni il pane raffermo messo da parte durante la settimana. Si ritrovavano, bambini di ogni età e ceto sociale, accomunati da quel rito domenicale sotto lo sguardo attento e vigile dei genitori, che si preoccupavano che i propri figli obbedissero alle regole di non giocare a pallone, non gridare e non fare movimenti veloci.
Sembra proprio di vederlo, questo bambino di 6 anni in calzoncini corti che pesca i pezzi di pane secco dal suo sacchetto e li lancia tutto intorno ai piccioni, sotto l'ombra imponente del duomo. Ma una domenica questo bambino si rende conto che quelle convenzioni non gli stanno bene, che quelle tre regole sono talmente prive di senso che non meritano di essere rispettate. E allora decide di infrangerle, e con un gesto veloce scaglia per terra il sacchetto del pane, creando scompiglio tra i piccioni anche loro ormai abituati ai loro lenti movimenti rituali, e suscitando l'ira della madre che con un sorriso forzato gli torce l'orecchio obbligandolo a raccogliere il pane da terra e ricominciare a distribuirlo secondo l'ordine prestabilito. Ma il ragazzino non si fa persuaso, e la domenica successiva osa ancor di più, e contro la regola ferrea di non far rumore, mette in atto il suo piano diabolico: dopo aver radunato gli ignari piccioni con le solite briciole di pane raffermo, accende un enorme petardo e lo lancia in mezzo a loro.
Le conseguenze di quel gesto sono perfettamente immaginabili, e i piccioni superstiti che fuggono impazziti, ci metteranno tre giorni prima di ritornare nella piazza. La gente lo guarda sconvolto, la madre lo schiaffeggia senza pietà, ma lui è soddisfatto, perché ha infranto quelle regole che fin da allora riteneva insensate. E da quel momento, da quel primo gesto di consapevole ribellione, Leo Bassi continuerà a portare avanti la sua lotta contro le convenzioni sui palchi di tutto il mondo. Con lo stesso effetto di un petardo lanciato nel silenzio di una piazza ordinata, a teatro scaglia coca cola sugli spettatori, accende fuochi e minaccia di uccidere almeno 15 delle persone sedute in prima fila. Leo Bassi si definisce un buffone, nel senso classico del termine: balla e urla, utilizza marchingegni stravaganti e trasforma i tratti del suo viso con smorfie grottesche. Ma non si accontenta della risata facile, vuole arrivare alla gente in maniera scomoda e antipatica, vuole incutere timore e aspettativa, pretende che durante il suo spettacolo gli spettatori abbiano "il culo stretto". E ci riesce, alla perfezione. Durante un'ora e mezza non sappiamo davvero se torneremo a casa con i capelli bruciati o il cappotto imbrattato di liquidi più o meno corrosivi, ma sapremo di aver partecipato ad un evento unico e irripetibile, in cui il teatro si è fatto vivo e ci ha regalato un momento speciale. E quando pensiamo che lo spettacolo sia finito, con un misto di sollievo per esserne usciti indenni e dispiacere perché avremmo voluto di più, quest'uomo in mutande, ci trascina fuori dal teatro, e tutti lo seguiamo incantati come i topi del pifferaio di Hamelin, fiduciosi come i piccioni a cui dava da mangiare da bambino in Piazza Duomo a Milano. Quando arriva la polizia ci indigniamo e urliamo "vergogna" perché invece di arrestare i borseggiatori che bazzicano indisturbati sulla Rambla, se la prendono con un uomo ricoperto di miele e piume che ci sta soltanto regalando la scena più poetica alla quale abbiamo avuto l'onore di assistere negli ultimi anni.

venerdì 20 giugno 2014

Chiuso per ferie

Estate, tempo di vacanze, di viaggi, di mete lontane che appaiono finalmente raggiungibili. È da tempo che ci penso, almeno da marzo, quando i primi accenni di primavera mi fanno già agognare il caldo dell'estate. E siccome sono previdente, controllo molti mesi prima di avere tutto a posto per la vacanza che mi aspetta: sotto strati di maglioni e calzettoni di lana vado a stanare il costume che ogni anno mi ostino a  indossare allungando di volta in volta i laccetti sui fianchi, controllo le infradito per assicurarmi che siano lì nel loro scatolo in attesa di essere riesumate, e quando infine è la volta dei documenti, un terribile sospetto mi assale mentre la colonna sonora di Psycho fa da sottofondo all'espressione del mio viso. Sì, il passaporto scade tra 5 mesi, ma visto che sono stata previdente e attenta, ho ancora un bel po' di tempo a disposizione per chiedere il rinnovo. Però non ho fatto i conti con un piccolo particolare, ossia che essendo residente a Barcellona, regolarmente iscritta all'Aire (Anagrafe Italiani residenti all'estero), così come d'obbligo, dovrò inoltrare la richiesta di rinnovo al Consolato. Che com'è noto a chi vive da tempo qui, non si distingue certo per la celerità della sua burocrazia.
Ma fiduciosa e ligia al dovere, seguo scrupolosamente le indicazioni fornite dal sito del Consolato generale d'Italia a Barcellona, che mi propone diverse alternative, tra cui quella di poter sbrigare il tutto personalmente previo appuntamento da prendere on-line. Niente di più facile, se non fosse che risulterà assolutamente IMPOSSIBILE trovare un'ora libera nel calendario del Consolato. Qualcuno mi dice che c'è il trucco: bisogna collegarsi a mezzanotte, e allora, pare si azzerino i contatori e si riesca a trovare uno spazio libero. Macché. Resisto fino allo scoccare dell'ora fatidica e con il dito piú lesto del west faccio il tentativo. Niente da fare. Chiedo supporto a familiari a e amici, magari è un problema del mio navigatore, del mio computer, del mio karma. Niente, l'esito è sempre lo stesso: calendario saturo.
Ma non demordo: la spiaggia caraibica è sempre lì nei miei pensieri, mi sta aspettando. Quindi opto per la seconda opzione: inviare i documenti per posta. Tradizionale, sicura, affidabile raccomandata con ricevuta di ritorno alla quale affido le speranze della mia vacanza. Ma l'incubo della prenotazione on-line si ripresenta anche in questo caso, perché, spiega il sito del Consolato, una volta che avranno ricevuto i miei documenti, mi invieranno un codice con cui dovrò prendere appuntamento on-line per potermi poi recare di presenza negli uffici e rilasciare le impronte digitali, divenute obbligatorie dal 2010.
Stringo i denti e riacchiappo con un lazo immaginario la spiaggia che si sta allontanando sempre di più dai miei orizzonti...Del resto, penso, mancano ancora tre mesi alla partenza, impossibile che in tutto questo tempo non si possa sbrigare questo genere di pratica. Ma dando ascolto ai miei timori e oscuri presentimenti, passato più di 1 mese dall'invio della documentazione, durante il quale non ho ricevuto assolutamente nulla, entro nuovamente nel sito del Consolato e leggo questo inquietante annuncio, che giuro sui figli del console, fino all'ultima volta non c'era:
"SI RACCOMANDA AI RICHIEDENTI IL PASSAPORTO CHE OPTANO PER L’INVIO DELLA RICHIESTA PER POSTA o tramite la rete dei Consolati Onorari, DI EFFETTUARLO CON CONGRUO ANTICIPO RISPETTO ALLA DATA DI SCADENZA DEL DOCUMENTO (PREFERIBILMENTE 6 MESI)."
Sei mesi. Queste parole rimbombano nella mia testa e il loro rumore è uno tsunami che inonda la mia meravigliosa spiaggia caraibica fino a farla scomparire del tutto.
Continuo a leggere:
"AVVERTIAMO L’UTENZA CHE, STANTE L’ELEVATA RICHIESTA, I POSTI DISPONIBILI PER LA FASE FINALE TENDONO AD ESAURIRSI IN UN BREVE INTERVALLO DI TEMPO."
Fase finale? Ma che è? Amici di Maria de Filippi? Mi chiederanno un balletto o una canzone per poter avere quello di cui ho diritto come ogni cittadino, e in tempi che possibilmente non prevedano due cambi di stagione? Ma contro la burocrazia, purtroppo, c'è poco da fare, e se volessi fare un reclamo, anche in quel caso dovrei prendere appuntamento on-line.
Mentre saluto con un fazzoletto bianco la ballerina hawaiana sopravvissuta allo tsunami che ha ingoiato la mia spiaggia, mi riprometto che la tra 10 anni, alla prossima scadenza del mio documento, farò in modo di aver già chiesto la nazionalità spagnola.

p.s. ogni riferimento a persone e fatti realmente esistiti è totalmente ispirato a Ilaria.

venerdì 28 marzo 2014

Il cliente ha sempre ragione. Parte 7: Il cliente multi-task

Ricordate la pubblicità della Omnitel, quella in cui Megan Gale con in mano un cellulare delle dimensioni di un citofono scalava vette altissime e grattacieli di mille piani per poter fare una telefonata?
A me è sembrata sempre una pubblicità poco azzeccata, perché mi lasciava intendere che per per avere "campo" con questa compagnia telefonica, dovevi come minimo salire in cima all'Everest.

Ma credo che la maggior parte della gente, magari meno scettica di me, l'abbia presa da ispirazione per effettuare le proprie chiamate dai luoghi piú impervi e improbabili. E ovviamente il cliente del call center non fa eccezione.

Ed è così che nel bel mezzo di un'escursione nella foresta amazzonica o mentre sta sturando il lavandino del bagno o sta affondando nelle sabbie mobili, gli viene in mente che potrebbe risolvere quel dubbio che gli sta tanto a cuore, chiamando il suo call center di fiducia.

Tra l'altro approfitta delle di solito lunghe attese per portarsi avanti con suddette attività, e quando finalmente riesce a prendere la linea e sente la vostra voce pimpante e disponibile chiedere in cosa possiate aiutarlo, vi dice trafelato: "Un momento, un momento!" come se aveste aperto all'improvviso la porta del suo bagno e l'aveste beccato con i pantaloni a mezza coscia.
Pazientate alcuni istanti, durante i quali sentite ogni tipo di rumori che cercate di identificare: folate di vento, esplosioni in lontananza, ruggiti feroci o pianti di bambini.
Ma mai, mai, silenzio e tranquillità. Forse il cliente sceglie proprio questi momenti per chiamare il call center per avere un conforto mentre viene inghiottito dal fango o per condividere la sua soddisfazione quando infine sarà riuscito a disincagliare il gomitolo di peli dallo scarico del lavandino.

Ma questo non lo sapremo mai, perché dopo alcuni minuti, sarà lui stesso che sbuffando vi dirà che richiamerà più tardi.

E potete stare certi che la prossima volta aspetterà come minimo di essere attaccato da un orso feroce prima di ricomporre il numero.