domenica 14 luglio 2013

Mio zio Napoleone o l'arte della parola

L'ultimo libro che ho letto si intitola "Mi Tio Napoleón", traduzione spagnola (editrice Ático de los libros) del romanzo dell'autore iraniano Iraj Pezeshkzad, pubblicato in lingua persiana nel 1973. Dopo la rivoluzione islamica del 1979 il libro è stato censurato in Iran, anche se ha continuato a circolare in maniera clandestina diventando un cult della letteratura persiana, tanto che l'espressione "zio Napoleone", è passata ad indicare per antonomasia ogni atteggiamento di diffidenza e di convinzioni complottiste nei confronti degli stranieri-in particolar modo degli Inglesi-.
Il personaggio che dà il nome al titolo è appunto un vecchio ex militare che millanta di aver sbaragliato interi eserciti di Inglesi: attraverso le parole si è costruito un mondo immaginario che ha finito per sostituirsi alla propria realtà, e in cui ha coinvolto anche i familiari e i vicini che si vedono costretti a reggere il gioco del parente per scongiurare una serie di catastrofi. La storia d'amore contrastata tra il giovane protagonista e la cugina Layli (figlia dello zio Napoleone) è solo il pretesto per mettere in scena una carrellata di personaggi indimenticabili, che al di là delle proprie caratteristiche fisiche e comportamentali, che potrebbero far pensare a macchiette e stereotipi della società iraniana, si fanno portavoci di una ironia e una satira pungente, esprimendo spesso una critica feroce nei confronti della loro stessa civiltà. Il libro è costruito su dialoghi brillanti, in cui la parola è l'elemento fondamentale per plasmare la realtà, sia quella quotidiana e familiare, sia quella storica e universale. E così basta una parola sussurrata per convincere la gente che nella farmacia del padre del protagonista i medicinali vengano fabbricati con l'alcol, e quindi assolutamente proibiti per la loro cultura; o è sufficiente che lo zio Napoleone nomini la battaglia di Kazerum perché il suo fido servo Mash Qasem rievochi episodi leggendari convinto di esserne stato anche lui protagonista. Il romanzo è un abilissimo gioco di piani di realtà e finzione, in cui un semplice gioco di parole, -come l'espressione "andare a San Francisco" per definire i rapporti sessuali-, può scatenare una serie di equivoci e di situazioni esilaranti ai limiti del parossismo. I personaggi costruiscono il proprio mondo trascinandovi anche il lettore, che finirà per chiedersi smarrito quale sia il confine tra realtà e finzione. Ma alla fine non importa, ciò che conta è la forza della parola. Ed è forse proprio per questo che il libro è stato censurato: del resto ciò che spaventa i regimi è la libertà, e in questo caso la parola è talmente libera e potente da riuscire a creare mondi interi, distruggerne altri, far scoprire le menzogne e gridare la verità. E se i poteri totalitari hanno così tanta paura delle parole, probabilmente è perché i mondi che queste costruiscono non sono poi così tanto irreali...

3 commenti:

  1. Ottima recensione che invita alla lettura. E' vero la parola è potente e può sconvolere e distruggere,ferire come una spada tagliente,ma addolcire come una carezza d'amore. Ti abbraccio

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  2. Grazie mille Cettina per apprezzare la recensione! Purtroppo per quanto ne so, questo libro non è stato tradotto in italiano...è un peccato perchè è davvero un'ottima lettura. A presto, un abbraccio!

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    1. se qualcuno scopre che il libro viene tradotto in italiano o francese, per favore me lo comunichi.
      Grazie
      giovanni.napoleone@gmail.com

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